San Martino e il “dio cavaliere”

San Martino e il “dio cavaliere”

CULTURA:

La festa di San Martino di Tours è un capodanno perché si riallaccia al Samhain celtico che durava per una decina di giorni. L’11 novembre per tutte le tribù celtiche era, infatti, il giorno nel quale si chiudevano i festeggiamenti del capo d’anno iniziato nella notte di Samhain, quella che segna il passaggio dal 31 ottobre al primo di novembre e nella quale il tempo dei mortali e quello degli immortali coincidono.

Giorno di precetto, l’11 novembre era festeggiato con fiere, fuochi e banchetti innaffiati dal vin novello perché «per San Martino ogni mosto è vino». Anche per i bambini era festa grande perché il Santo, come oggi la Befana, portava loro regalini scendendo dalla cappa del camino e, se erano capricciosi, depositava una frusta ammonitrice detta in Francia Martin bâton o martinet: usanza tipica dei periodi di capo d’anno, o di rinnovamento temporale. Come si è detto il Samhain chiudeva la stagione agricola e il periodo tiepido ed inaugurava la stagione fredda e buia che per i Celti durava sino alla fine di aprile.

Con l’espressione “Estate di San Martino” in Europa si intende quel particolare fenomeno meteorologico per cui il periodo intorno all’11 novembre è spesso contraddistinto da cielo sereno e temperatura in aumento. La leggenda vuole che il tempo, da freddissimo, sia divenuto mite in seguito alla donazione, da parte di Martino, di metà del proprio mantello a un mendicante. La notte seguente sogna il Cristo che, rivestito dalla metà del suo mantello, dice agli angeli: «Martino ancora catecumeno mi ha coperto con questo mantello». Quest’atto di carità, che avrebbe compiuto quando era un giovane soldato ad Amiens, ha ispirato il motivo iconografico più frequente nei dipinti e sculture a lui dedicati.

Martino fu nel primo medioevo il santo più popolare dell’Occidente, soprattutto in Francia dove più di cinquecento borghi e cittadine portano il suo nome. Era pure il patrono della monarchia francese e il suo mantello veniva conservato nella cappella reale. Anzi, il termine francese chapelle deriva proprio dal fatto che vi era custodita la celebre “cappa” (chape). Sicché anche il termine «cappellano» (chapelain), che originariamente indicava il custode della «cappa» di san Martino, è derivato dal culto del Santo. Ma anche in Italia il suo culto è sempre stato vivo, tanto che san Benedetto consacrò a Martino l’antico tempio di Apollo sulla vetta di Cassino, e volle poi morire nel suo oratorio. E a Roma fu il primo santo non martire a essere venerato grazie a papa Simmaco (498-514) che gli dedicò una basilica sull’Esquilino, l’attuale San Martino ai Monti.

Nato nel 316 o 317 nella Pannonia inferiore , ai margini dell’attuale pianura ungherese, Martino, il cui nome significa «consacrato a Marte», era entrato giovanissimo nell’esercito romano seguendo la carriera del padre. Nonostante l’educazione pagana ricevuta dai genitori, aveva sentito fin da ragazzo l’attrazione per il cristianesimo e si era iscritto a dieci anni fra i catecumeni per ricevere poi il Battesimo a ventuno. Dopo aver ottenuto non senza difficoltà e drammi il congedo dall’esercito a trentotto anni, aveva fondato a Ligugé, grazie alla protezione di sant’Ilario, che ne aveva riconosciuto il carisma, il più antico monastero europeo dove compì i primi miracoli guadagnandosi la fama di taumaturgo. Eletto vescovo nonostante la sua riluttanza, divenne un evangelizzatore e un pastore esemplare, protettore degli oppressi e dei poveri e custode dell’ortodossia.

Il Santo è il patrono della gente di Chiesa, dei soldati, dei viaggiatori, degli osti e degli albergatori. Il suo culto era cominciato dopo la morte avvenuta l’8 novembre 397 a Candes dove si era recato per metter pace fra i chierici della parrocchia in lite fra di loro. Il corpo del Santo venne ricondotto fino a Tours dove le esequie si celebrarono l’11 novembre tra una folla venuta da ogni parte. L’immenso corteo, preceduto da duemila monaci e religiose,accompagnò le spoglie di Martino fino al cimitero del sobborgo dove fu poi costruita una basilica alla quale si sarebbe aggiunto un monastero con grandi edifici destinati ai pellegrini. Quel monastero divenne anche un centro intellettuale e artistico ospitando celebri scuole. La tomba di san Martino era fin dai primi anni meta di pellegrinaggi: vi si andava come a quella dei santi Pietro e Paolo a Roma, o come oggi a Lourdes; giungevano nella chiesa di Tours turbe di pellegrini che s’immergevano in un bacino sperando di guarire; e riportavano dal pellegrinaggio le fiale del terapeutico «olio di benedizioni» attinto alle lampade votive della chiesa. Su san Martino la gente narrava episodi straordinari. Tra i più celebri è l’episodio del pino sacro ai Celti, che egli fece abbattere dopo aver distrutto un tempio pagano. Poiché i contadini si opponevano alla distruzione dell’albero, uno di loro chiese a Martino di dimostrargli la superiorità del suo dio ponendosi sulla probabile traiettoria della caduta, ma l’albero crollò dalla parte opposta.Gregorio di Tours riportò nei Miracoli di san Martino molte sue leggende, Alcuino compose una Vita; e dal secolo IX fino al XV si diffusero le cosiddette Martiniadi, compilazioni di racconti sul Santo in onore del quale vennero composti anche canti e canzoni in volgare.

San Martino, tuttavia, come spesso è avvenuto nei secoli della cristianizzazione delle terre d’Europa, è la sovrapposizione di un simbolo e di una leggenda cristiani ad una precedente credenza pagana. Nella religione celtica, infatti, si venerava un «dio cavaliere» che portava una mantellina corta. Il culto veniva dalla Pannonia, terra celtica e, guarda caso, anche patria di San Martino. Il “Martino” celtico era considerato cavaliere che vinceva gli inferi e trionfava sulla morte e al tempo stesso il dio della vegetazione, che presiedeva alla rinascita della natura dopo la “morte” invernale. Morte e rinascita simboleggiate anche dalla ruota con la quale il cavaliere celtico veniva ritratto, vestito di una mantella, nera come il cavallo che montava.
A volte San Martino è accompagnato, nella leggenda, dall’oca, l’animale che ne avrebbe rivelato il nascondiglio quando si sottraeva, nascondendosi, all’elezione a vescovo. Anche in questo caso la leggenda cristiana nasconde una credenza celtica. L’oca, infatti, era sacra ai Celti in quanto messaggera dell’Altro Mondo e oche addomesticate e intoccabili accompagnavano ai santuari i pellegrini pagani.

Immagine di copertina:

Giovanni Battista Carlone (1603-1684), San Martino e il povero, Chiesa di S. Martino in Paravanico (Ge).

Bibliografia di riferimento:

Cattabiani A., Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno. Mondadori Ed., Milano 2003.

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